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corri rodrigo

di Gabriella Mancini_selezione 2009

Rodrigo corre per il campo di pallone. Sono le cinque del pomeriggio, il sole sta tramontando. Le colline di Teofilo Otoni gettano le prime ombre sulla terra. Il rosso si tinge di grigio. E Rodrigo continua a correre. Siamo su due fronti, lui da una parte del campo con lo sguardo acceso; noi dall’altra, riflessivi. Adulti e ragazzi, doppie immagini di un solo cordone. Un prolungamento genetico, uno strappo psicologico. Rodrigo ha 15 anni e la bellezza dell’irrequietezza. Quel tormento che ti mangia il cuore. L’ingenuità dentro e la corazza fuori. La voglia di scappare e quella di restare.
Immagini in movimento gli tornano in testa. Una musica assordante, il gorgoglio della zuppa di manioca in cucina, il sorriso stanco di una vecchia e la sagoma di suo padre sul pavimento. Poi, la fuga. Da Teofilo Otoni fino a Salvador de Bahia, 800 Km a piedi, infilandosi negli autobus e facendo autostop. Incontri piacevoli e non, il buio, i fari delle macchine, la rua. All’alba del terzo giorno è a Itapua, sulla spiaggia di Bahia. È la prima volta che vede il mare. Ne annusa il profumo, si butta sulla sabbia e inghiotte i granelli, mentre ride per quello strano sapore salmastro sulla lingua. Con i piedi bagnati corre a braccia aperte sulla riva e urla a squarciagola perché da tempo, troppo tempo, non si sente così bene. Scende la sera, le luci su Bahia, l’incognita della notte e il brivido della novità. E poi, all’improvviso, una vampata di nostalgia. La voglia di tornare a casa. Ed ora, eccolo lì, a spiare le nostre mosse. Ancora un lancio rabbioso al pallone, uno sputo per terra e l’aria sfrontata con cui abbandona il campo.
Due ore dopo sta collezionando pezzi di canna per costruire aquiloni. Cerchiamo un dialogo ma le parole suonano mute nella stanza. Il suo sguardo è fisso sulle ali bianche in costruzione, vuoto totale. I nostri tentativi scivolano, come gocce sul vetro. Annegare nel suo silenzio è come aprire la porta, cercare la ferita. Del nostro io adolescente, che qualche volta ancora ritorna. Ma che è sempre più spesso un punto sfocato, in un orizzonte che non ci appartiene più. Arriva la cena, un surrogato di emozioni, quelle di una famiglia insieme per caso. La sera apre la porta e Rodrigo prende in mano il suo berimbau. Forse una nostra mossa ridicola, il tentativo bizzarro di un ballo. Lui ci guarda e per la prima volta sorride. Un sorriso di stupore per qualcosa che cancella in un secondo tutte le barriere. Perché in fondo fidarsi dei grandi è una carezza sulla pelle, è il modo per ritrovarsi e per appoggiarsi. E così, insieme ad un samba che fa vibrare le pareti, vibriamo anche noi. Vibra Rodrigo con tutti i suoi 15 anni, vibra la magia dell’immenso Brasile che ci avvolge in un respiro che tocca cielo e terra.
Vibra e fugge lontano una tensione fatta di passato e presente, di paura e di speranza, di sogni e di illusioni. Mentre cala la notte, diversa dalla altre e a tante altre uguali, in quel buco del mondo nel Minas Gerais.

 
Progetto e direzione artistica
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Consulente
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