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cento euro

di Roberta Tadini_terza classificata 2009

Il finestrino è gelido. Forse è per questo che mi sono svegliato o forse è per quel bambino là in fondo che ha ricominciato a piangere. Non so che ore sono. Ho lasciato l’orologio in una delle borse, insieme al manuale di tedesco, per non farmi ossessionare dal movimento lento delle lancette. Le luci del corridoio illuminano appena le teste degli altri passeggeri addormentati. Fuori solo buio. Buio come quando siamo partiti, di notte, come i ladri. Alcuni lampioni erano spenti e neanche la luna ha osato rischiarare i saluti rassegnati che ci scambiavamo, mentre l’autista imprecava per i troppi bagagli da caricare. L’unica felice era la mamma del bambino che continua a piangere: lei va a Mannheim a raggiungere il marito. Gli altri hanno lasciato la famiglia a Raffadali e, anche se tra due o tre settimane saranno di ritorno, la separazione è sempre penosa. Io ho lasciato mio padre che quasi piangeva. L’ho visto. Piangeva perché lui fa l’imbianchino e, quando ho finito di studiare, mi ha insegnato il mestiere, ma, adesso che non c’è più lavoro per tutti e due, non sapeva come fare a dirmi di partire. Lui, che non ha mai voluto lasciare la Sicilia perché assicurava che non era più tempo di scappare, che si doveva rimanere per cambiare le cose, ha voluto pagare i cento euro del mio biglietto. Io non ho pianto. Non credo che sentirò la mancanza della piazza dove i vecchi guardano i bambini giocare o delle vie con le serrande abbassate. Tutti i miei amici se ne sono andati. Beppe è a Roma. Mi chiama spesso, tra un casting e l’altro, e ogni volta mi dice di raggiungerlo. Ma che ci vado a fare io? Anche lei se n’è andata. Mi ha chiesto di accompagnarla all’aeroporto e di non dimenticarla. E io non l’ho dimenticata, cazzo, e ci sto ancora male.
Nelle prime file c’è tensione. Un uomo si lamenta perché il vicino si è tolto le scarpe: “Come si fa a respirare qui dentro?” L’altro risponde che se non si respira la colpa, casomai, è di chi occupa con la sua pancia tutto lo spazio a disposizione. Non posso fare a meno di pensare alle storie che mia madre mi raccontava quando ero bambino. Il mio bisnonno mi sembrava un eroe molto più affascinante di quelli che trovavo nei libri: si era presentato all’imbarco per l’America portando il suo asino come unico bagaglio e aveva bestemmiato a lungo, mentre lo sciacallo, cui aveva dovuto venderlo, gli lasciava cadere quattro soldi sul palmo aperto. Poi dodici giorni di viaggio in terza classe in mezzo a liti, sporcizia, malattie e onde gigantesche che agitavano il piroscafo. Che avventura straordinaria agli occhi di un bambino! Il pullman si ferma: solo il tempo di fumare una sigaretta e sgranchirsi un po’ le gambe, poi gli autisti si danno il cambio e si riparte. Il cielo lentamente schiarisce. Mi sento pronto per sbarcare nella mia Ellis Island.

 
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