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Cardenas, Cuba

di Donatella Ruini_seconda classificata 2010

Dio mio, é così anziana quella donna.
Magra, la schiena curva, cammina con fatica nel troppo grande e logoro vestito di cotone azzurro consunto da mille lavaggi. Avanza piano sotto il sole violento di Cuba, accecante di riflessi sulle strade sterrate e nelle pozze degli scarichi lungo i marciapiedi.
Sale il basso gradino di pietra appoggiandosi alle forme morbide di una Cadillac anni ’50 azzurra e ben lucidata, si avvicina a una lunga fila di persone in attesa, si allinea con loro. Stringe un pezzettino di carta chiaro in una mano, nell’altra una bottiglia di plastica tagliata a metà. Ha un viso senza tempo, intarsiato dai solchi profondi di una lunga vita, i capelli grigi spettinati da un vento che non c’é sono mal raccolti dietro alla nuca. Lo sguardo lontano, sorride con gengive lucenti alla ragazza in calzoncini rossi in fila davanti a lei.
Sudano tutti nel calore abbacinante del primo pomeriggio. Strade grandi, case non più azzurre, una volta forse rosa, un tempo belle con le loro alte porte e lunghe finestre dai bassi balconcini in ferro battuto, tra vecchie insegne dai vetri rotti e fili elettrici tirati ovunque come fili stesi del bucato. C’é silenzio tra i colori di vecchie macchine americane ben tenute e dall’aria allegra che passano ogni tanto, le ruggini di vecchie biciclette che attraversano la luce, tra i contrasti saturi che si smorzano improvvisamente nella polvere sollevata dal vecchio autobus.
La lunga fila di cubani di ogni età accaldati e infinitamente pazienti finisce in una porta. Non capisco di cosa si tratta. Mi appoggio all’azzurro muro scrostato nel caldo torrido e aspetto anch’io. Aspetto in silenzio che l’anziana avanzi nella lenta fila. Aspetto a lungo che entri in quella piccola porta. Aspetto che ne esca poco dopo con la mezza bottiglia di plastica tagliata riempita di quattro dita di latte.
La guardo salutare tutti col suo sorriso dolce. La guardo scendere quel difficile gradino del marciapiede aiutata dalle braccia del giovane e attraente cubano in fila con un bigliettino e un barattolo di vetro in mano.
La osservo allontanarsi piano tenendo ben dritta la mezza bottiglia di plastica con quel poco latte ondeggiante al suo passo antico e affaticato verso una casa lontana.
Certo, ora ho capito. Continuo a guardare la fila, il succedersi di persone che entrano ed escono, quelle mani col bigliettino di carta chiaro e un contenitore di mille forme e piccole dimensioni.
Rimango dove sono, triste delle mie tante frittelle con sciroppo a colazione, triste del mio arroz y frijoles appena mangiato, triste del pesce che avrei mangiato alla sera, triste dell’inutilità comunque di questo pensiero. Triste di ciò che mi fa male e che non posso cambiare subito, lì, con le mie mani. Triste di ciò che non vorremmo vedere e che invece forse é bene che vediamo.
La luce del pomeriggio é bellissima, il blu violento del cielo é attraversato da nuvole leggere.

 
Progetto e direzione artistica
Luciana Damiano

 

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