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Orizzonti

di Antonella Filippi

Avevo sei anni la prima volta che presi il treno. Era il 1936. I miei genitori, stanchi della miseria a mezzadria, avevano deciso di andare a cercare lavoro in Piemonte, dove sarebbero stati ospitati da mio zio , che già da qualche anno lavorava come venditore ambulante di stoffe. Radunati in un fazzoletto i quattro soldi dell’ultimo raccolto e con una valigia a testa, ci stavamo dirigendo alla stazione. Io i treni li avevo visti solo da lontano, e il fischio fumoso della locomotiva mi riempiva di spavento e di gioia, il vento sollevato dal suo passaggio mi portava odori di altri paesi, il rombo delle ruote mi faceva correre gridando sulla strada sterrata di fianco ai binari, insieme agli altri ragazzi della frazione. Quel giorno sarei salito sul treno anch’io. Non volevo pensare che per un po’ non avrei rivisto i miei genitori, volevo solo che quel giorno diventasse una grande avventura. Ci saremmo fermati a Riomaggiore, dove abitavano i cugini di mio padre, che si sarebbero presi cura di me e mi avrebbero mandato a scuola. Ci avviammo a piedi, e io correvo avanti e indietro, mentre i miei genitori, un po’ più curvi, si giravano ogni tanto a guardare quella che era stata la nostra casa. Io arrivai alla stazione prima degli altri, con il cuore in gola perché quel giorno sarei stato un “passeggero”. È una bella parola, passeggero, mi aveva detto mio padre, vuol dire che il treno ti porta dove vuoi, ma solo per un po’ di tempo, poi devi lasciare il posto ad altri, perché siamo tutti viandanti. Quando il leggero tremolio del vetro della biglietteria ci fece capire che non c’era un ritorno, ma solo una serie di andate, mi madre tirò fuori il pettine dalla borsetta e me lo passò tra i capelli, guardandomi in un modo che avrei capito solo più tardi, quando tiravo fuori da sotto il cuscino la loro fotografia, stringendola forte a me e stringendo occhi e labbra per non piangere. Ci avviammo verso la carrozza di terza classe, con i suoi lucidi sedili di legno e il profumo della cera d’api. Il paese cominciò a correre indietro, allontanandosi da noi, e anche la campagna, la terra bruna, le colline e gli uliveti. E anche i paesi che non avevo mai visto, gente nuova, nuovi fiumi, scappavano di fronte al treno che ci cullava, che mi cullava, ma non volevo dormire, la gioia e la tristezza quando si mescolano vogliono che si guardi bene. E l’ultima cosa che mi sarei aspettato arrivò appena dopo una galleria: un lago così grande e azzurro che non riuscivo a vederne i limiti. Mio padre mi guardò con occhi dello stesso colore e mi disse che quello era il mare. Mi sentii improvvisamente piccolo, troppo piccolo per la velocità con cui il treno mi portava a scoprire che ogni conoscenza è un allontanamento. Quando, poco più tardi, scesi dal treno tra le braccia della cugina Giulia, e mi girai a salutare i miei genitori, mi parve che il treno mi dicesse addio con il suo fischio, che assomigliava molto al mio pianto, lasciandosi dietro un pezzo della mia infanzia.

 

 
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